Biblio. Lino Molinario

BIBLIO / LINO MOLINARIO

Lino Molinario, Percezioni di finitezza, Novara. Zen 2008
Circa un mese fa mi telefona Lino Molinario per domandarmi un parere sulle sue ultime pubblicazioni. Risposi che ne avevo ricevuta soltanto una e che non avevo notizia della raccolta Percezioni di finitezza. «Gliela manderò quanto prima. Mi sembra di raggiunto un livello apprezzabile: descrive l’esperienza che ho vissuto durante il ricovero ospedaliero in una clinica milanese». Il poeta, nel chiarirmi la questione, mi fa venire le lacrime agli occhi.
Qualche giorno dopo giunge il libretto. Mi precipito a divorarlo, ma non mi sento di accostarmi immediatamente alla tastiera.

Poi, dopo circa tre settimane, percepisco di nuovo l’impulso a riprendere il dialogo con l’autore riannodando quel filo che nel frattempo era sedimentato nella mia mente e che stava germogliando.
L’esperienza della malattia è devastante, ci dice lo scrittore, devastante sotto un duplice profilo: quello fisico e quello psichico, perché infrange gli equilibri precedenti. Non si tratta soltanto di organizzare la quotidianità secondo scadenze segnate da visite, da ricoveri e da ricette, ma soprattutto di vedere la vita da un’angolazioni differente. Quanto prima veniva considerato un possesso sicuro, un diritto, ora viene percepito come un bene precario. Le relazioni affettive prima poggiavano su condivisioni di progetti e di interessi, ora sono lasciate alla libera iniziativa, a quella gratuità che solo qualcuno sa donare: «Gli amici veri sono silenti, radioamatori sintonizzati sulle tue frequenze da abisso, mai ridondanti e senza retorica».
La malattia allarga lo sguardo; la precedente distrazione causata da una molteplicità di impegni lascia il posto alla contemplazione: «Questa definizione me la rimanda la mente che divaga fissa sul particolare». Si ricava l’impressione che il flusso fisico del tempo abbia subìto un rallentamento. Qohelet afferma che c’è un tempo per vivere ed uno per morire, uno per gioire e uno per soffrire. Ma la percezione non è uguale: ci sono minuti più lunghi e minuti più brevi. E il tempo della malattia si dilata enormemente.
Le domande si affollano alla mente in una frammentazione concitata: le risposte sono soffocate da nuove domande in un ritmo privo di tregua: «Cosa si può fare oltre la disperazione umana?» se «la vita / è un endecasillabo della finitezza». E la finitezza si attua nella «resezione dalla società», perché l’infermità emargina dalle banche, dalle assicurazioni, dalle donne, dagli ipocondriaci, dai carrieristi e dai medici, enumera amaramente Molinario. Ai programmi di “turismo medicale” egli partecipa da solo: «il copione non darebbe repliche». La mente si addentra nei misteri del dolore e costringe la fede a confliggere con il dubbio, un dubbio che trova un solo spiraglio: «accanto al letto, lì sono io – seduto e stanco – e stretta al mio pugno la croce».
Il testo si presenta come una testimonianza di vita: la sofferenza ha acceso al poeta un altro faro di conoscenza ed egli annota con precisione le fasi di questo ampliamento di orizzonti: «È una vedette insolita e inattesa / con uno spettacolo / forse / a risarcimento / di un debito / di cui non avevo memoria»… e mi viene in mente un verso di Paura di volare. I ragazzi dell’Ottantacinque: «Soltanto sofferenza e solitudine / insegnano a capire l’esistenza» (Giuliano Ladolfi).

Pubblicato da AtelierPoesia | Commenti

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