Poesia e Presente

1. A che cosa serve la poesia

A che cosa serve la poesia? Il cannone spara, la forchetta infilza, il secchio contiene, la penna scrive; e ad essa quale azione compete? Scrive Osip Mandel’štam: «La poesia è un vomere che ara e rivolge il tempo portando alla superficie i suoi strati profondi più fertili».(1) «Fertili», qui, significa ricchi di futuro, significa non ancora declinati nell’immobilità del dato. La poesia li porta in superficie, tra le sue maglie più esposte, in quel ruvido che è il testo, con tutte le sue pieghe visibili e invisibili. Essa, in questo senso, non soltanto ara e rivolta il tempo, bensì è il tempo stesso nella sua feconda imprevedibilità. È il tempo presente che, spazializzandosi nel testo, si mostra estaticamente aperto al passato e al futuro. La poesia è perciò il nostro tempo più vero perché, toccandoci con la sua pelle, ci lascia sospesi nel suoeccomi.
A che cosa serve la poesia? Serve dunque a spazializzare il tempo e, così facendo, aiuta a declinare il nostro essere-esposti nell’inesorabilità della presenza, che è già sempre incontro indecidibile con l’altro, con il tu.(2) In questo senso, il problema della relazione fra poesia e presente viene superato dall’opera stessa, nella misura in cui quest’ultima ha la forza di portare in superficie le certezze dell’ordinario, facendole vacillare, sospendendone la perentorietà, rivoltandole come zolle cui soffiare nuovo ossigeno; e tuttavia, la condizione perché questo avvenga – l’avevano ben compreso i romantici – dipende dal fatto che all’opera è preclusa qualsiasi ‘operatività’ ossia la capacità di essere utilizzata per trasformare l’esistente, come invece capita agli strumenti. La poesia, infatti, non è un cannone, una forchetta, un secchio o una penna proprio perché non è a disposizione di alcuna volontà, nemmeno di quella del poeta,(3) il quale si misura edificandola, ma, così facendo, si dis-loca, la patisce e ad essa si rimette come ci si rimette con ottimismo da una malattia. La poesia insomma, lungi dall’essere un mero strumento utilizzabile, aprendosi, dispone (e indispone) affinché il senso del presente non si chiuda, e lo fa senza volerlo, senza saperlo. Sotto questo profilo, essa «rivitalizza» il presente, come già notava Leopardi nello Zibaldone(1 febbraio 1829), ma non lo fonda, non lo trattiene, lo rilascia invece nelle pieghe della sua superficie, in tutta la sua complessità.
Tutto ciò, fra l’altro, impone alla critica contemporanea di cercare una nuova definizione di poesia civile, che tenga conto della morte delle ideologie e del fatto che, come scrive Jean-Luc Nancy ne La comunità inoperosa, l’essere-in-comune della singolarità è coessenziale al suo essere esposto nel finito della presenza, per cui qualsiasi suo atto chiama in causa la comunità, la fa essere, senza residui, in quell’atto, la tiene inevitabilmente esposta nelle maglie dell’agire e dello scrivere. Civile, in questo senso, non è qualcosa che fa da sfondo alle singolarità (e non corrisponde perciò ad un ambito determinato, che esige un preciso modo del poetico), bensì viene a coincidere con la rete comunicativa aperta dalla singolarità nel suo stesso esistere. Se questo è vero, allora anche la poesia lirica è essenzialmente civile, giacché mette in gioco, nei modi del canto, il tremore dell’essercidis-locato e perciò stesso in ascolto del proprio essere-in-luogo, che è uno stare-in-posizione sempre eccedente, mai pacifico o astratto, bensì affettivamente gettato e aperto al futuro. Ciò non va confuso con quanto affermano Lukács e Adorno a proposito del rispecchiamento, nell’arte, delle contraddizioni della società capitalistica; piuttosto occorre pensare alla continua provocazione che è l’esistenza stessa, capace d’esercitare instabilità e spostamento continui all’esserci e alla parola in cui egli sipronuncia, indipendentemente dal suo ruolo sociale e dalla sua quota di potere. Non si tratta dunque – marxianamente – di pensare alla forza critica della poesia lirica, misurando la resistenza che essa esercita rispetto ai valori (o disvalori) del capitalismo, e nemmeno di sparare sulla lirica per uscire finalmente dalla museificazione della polpa individuale, in favore della relazionepoesia e conoscenza,(4) bensì, da parte del critico, di cogliere l’inevitabile attrito di ciascuna singolarità nei confronti del proprio essere-esposta, quel particolare sentire della gettatezza, che invero è sempre racconto comunitario, frutto del dire e del tacere del luogo, che si scandisce, si scuote nella lingua del poeta, mostrandosi nella successione melodico-ritmica e nella costruzione semantica.
A fianco di questa nozione ontologica, occorre sottolinearne un’altra, di carattere sociologico: la poesia è sempre civile nel senso che nasce e muore in un contesto socio-politico, del quale dobbiamo chiedere cognizione al poeta stesso. Scrive Franco Fortini nella Verifica dei poteri: ‹‹La partecipazione sociale e politica dell’opera letteraria avviene nei momenti della sua genesi o della sua funzione, dunque primadopo la creazione››.(5) Prima o dopo, anzi: prima e dopo la creazione, a sottolineare sia l’impasto di inventiva e risposta, di mestiere e condizionamento esterno che agiscono insieme nel laboratorio del poeta, e sia le strumentalizzazioni dell’opera da parte dei poteri e dei contropoteri. Di fronte a tutto ciò l’autore deve prendere posizione, diventando anzitutto consapevole del mondo rappresentato nell’opera, dei valori che essa mette in scena e degli interessi reali che muove. Consapevolezza che nasce nell’agone dialogico fra autore e critica, autore e pubblico, autore e industria culturale, entro un margine d’infondatezza e fertile fraintendimento, che trasforma il poeta in viandante, in colui che incessantemente cerca la propria collocazione storico-linguistica e, dunque, civile. Anche perché la poesia (così come l’arte e la letteratura in genere) è una presenza reale che fa comunque la sua strada, indipendentemente dal suo autore; una presenza che, mettendo in gioco pratiche differenti (linguaggi, libri, riviste, letture, interpretazioni, convegni, amicizie e inimicizie, concorsi ecc.) muove corpi ed idee, arricchisce l’immaginario, tesse relazioni, rompe legami, aiuta insomma la storicità ad aprirsi ad un senso mai definitivamente concluso, ma mobile, dialogico, av-veniente.
Non chiediamoci, dunque, che cosa possa fare la poesia per la società attuale,(6) ma piuttosto: che cosa può fare la società attuale per lasciare la poesia liberamente fuori dai recinti e per portare uomini donne e bambini da essa? La risposta ci chiama in causa come soggetti politici, tutti: autori e lettori a rivendicare lo spazio della libertà come luogo in cui la poesia ha senso, proprio perché ci consente di incontrarci senza steccati. Con l’accortezza, naturalmente, di non organizzare riviste come fossero fortezze militarizzate, bensì creando una rete di relazioni autorevoli, in cui lo specifico della poesia crei occasioni per disseminarsi nel territorio e per dialogare con le istituzioni.(7) Il poeta, infatti, come qualsiasi altro essere umano, non può delegare nessuno in sua vece. Attenzione critica nei confronti del reale credo significhi allora assunzione della responsabilità di ex-sistere, di stare allo scoperto nel mondo, rispondendo alla chiamata del dolore e della gioia nell’unico modo che spetta agli uomini: agendo di volta in volta al meglio delle proprie possibilità (e dunque anche scrivendo), sapendosi non individuo monadico, bensì relazione, comunità aperta al differire-differirsi continuo. Di conseguenza, la domanda «a che cosa serve la poesia», va correttamente declinarla in «chi serve la poesia» rispondendo che essa non serve nessuno e che, appunto per ciò, ci addita un modello di relazione senza padroni e senza schiavi. Non mi sembra poco.

2. Quale lingua, quale esperienza?

I rilievi sinora avanzati impediscono di pensare alla realtà come ad una sostanza unica e omogenea, che trova nell’eccellenza di una lingua (di uno stile, di una poetica eccetera) la chiave di volta del disvelamento, per considerarla, invece, plurale, stratificata, conflittuale, e dunque riconoscibile negli infiniti modi della pronuncia singolare, anche in quella più banale. Anzi, in questa, l’apertura storico-linguistica mostra meglio che altrove la propria superficie, la propria forza omologante. Poesia, allora, non dice semplicemente l’apertura, ma mette a dimora il nocciolo della nostra/non-nostra singolarità. Perché ciò accada, occorre che il poeta cerchi la propria declinazione, la voce che meglio coniughi la sua complessità, in un canto coerente eppure attraversato dalle fibre dell’esperienza comune. Ad ogni buon conto, sarebbe sbagliato credere che questa voce – per quanto sopraffina – si conficchi, meglio delle altre, al centro di un bersaglio già dato, e sia dunque, fra tutte, la più vicina alla profondità del presente. Io credo che non ci sia un presente che primeggi ante litteram, un presente preliminare o unico e compatto (a renderlo tale è il pensiero dominante e la macchina del consenso), ma appunto che esso si dia nella sua disseminazione plurale, nel suo brulichio rizomatico seppur parzialmente orientato e ciò grazie alla costellazione dialogico-critica agente sulla spazializzazione testuale. Al poeta spetta il compito di realizzare una poesia «onesta», per dirla con Saba, ossia che sgorghi da un progetto abbracciato con passione, verso il quale rimettersi con il metro dell’intelligenza e dell’impegno. Fare il meglio che si può, con la lingua che ci appartiene e alla quale apparteniamo, senza mai essere soddisfatti, con umiltà, convinti che il testo così forgiato sia degno di rispetto, ma senza idolatrie: è questa, credo, sotto il profilo dell’impegno, la via “manzoniana” da seguire. E quando dico «con la lingua che ci appartiene e alla quale apparteniamo» intendo sottolineare l’infinità delle strade percorribili, perché, se preferisco la poesia della Bishop a quella di Charles Olson, il cinema di Lynch a quello di Rossellini, la pittura di Warhol a quella di Morandi, ma anche se vivo in un dato modo oppure in un altro, la lingua in fieri (quella che de Saussure chiama «Langue») sboccerà diversamente, si farà «parola» nuova e imprevedibile anche per lo stesso poeta. Sarà un linguaggio, quello nato dall’incontro di differenti radici con la creatività dell’autore, che arricchirà l’esperienza, tanto più quanto la poesia (e la scienza e la filosofia e il senso comune) districheranno un significato credibile dalla muta verticalità delle cose.
Dovremo tuttavia chiederci di quale forma d’esperienza stiamo parlando, considerato il fatto che quella dominante, oggi, è di tipo intellettivo, d’impianto logico-formale, che scavalca sia il piacere dei sensi («i profumi, i colori e i suoni» delle corrispondancesbaudelairiane) e sia l’operatività delle mani, per radicarsi nevroticamente nell’uomo ad una dimensione, che ora vive – ancor più di quello marcusiano – un eterno presente sovraccarico di stimoli senza altrove, un presente dai saperi omologanti e costantemente aggiornati, privi di teleologia. Se è questa l’esperienza comune (e castrante) nei Paesi del tardo capitalismo, allora interrogarsi su quale linguaggio sia più salutare alla contemporaneità, significa anzitutto riconoscere che esiste un’abbondanza di codici settoriali, tale da saturare le esperienze legate al sapere calcolante, mentre va sempre più inaridendosi quella lingua degli affetti e del profondo che certa poesia, appunto, coltiva con maniacale ostinazione: dare a queste due esperienze lacunose una lingua e una sintassi – plurali e votate alla metamorfosi, al farsi e disfarsi continuo del presente – mi pare sia l’azione spettante al poeta e che costituisce, dunque (e ciò è fondamentale), la sua eticità.

3. Il dis-appunto della poesia

La poesia dunque risponde alle voci che nel presente risuonano e si disperdono, alle voci che restano, alle voci che nel presente fanno città e campagna, guerra e nascita, canto, silenzio e rumore. Quando nasce una poesia, tutto questo si aduna, si muove in essa, la fa essere in quanto eccedenza. La poesia, infatti, non può essere che eccedenza, presente che tracima, portando con sé la pietra e la fionda, ma anche il futuro incerto che è già qui. Così facendo, essa lascia oscillare tutti i tempi nel suo spazio concreto, li tiene saldi nella singola cosa che nomina, staccandola dal tempo ordinario, e mostrandola nella sua esemplarità. Questo star fuori della cosa è tuttavia già sempre dentro il discorso imbastito dal testo, che tesse ogni volta l’intero e non sopporta nulla al di fuori di sé. Sotto questo profilo, ciascuna poesia è l’esatto contrario dell’appunto, la cui ragion d’essere sta nell’avere accanto il prima e il poi di padre Kronos. Se infatti l’a-punto è tassello d’un insieme in progress, di un fuoco che chiede altri fuochi per raccontare l’incendio, la poesia è invece tutto l’inferno nella capocchia d’un verso, un inferno singolare che vorrebbe testimoniare, a nome di tutti, gl’innumerevoli altri inferni.
In latino, ci sono due parole per dire «testimone»: testis esuperstes. L’appunto incarna spesso la prima accezione, non essendo questi altro che voce terza e giornalistica in una contesa a due; poesia invece – almeno a partire da Hölderlin e Novalis – è ciò che ha attraversato fino in fondo un evento, così a fondo da custodirlo nella carne. Non più descrizione, come nel testis, bensì passione e croce, visione che tiene sul costato le piaghe del superstite. Poesia infatti è superstes, nella misura in cui vorrebbe essere l’unica vera voce, la più autentica proprio perché l’unica supravvissuta. Essa dunque non accetta altri testimoni o li sopporta malvolentieri, suo malgrado; e ciò perché essa mette in opera tutta la verità del vivente, l’universale che respira in quella piega esposta che si chiama singolarità, il cui mondo, portato alla luce nell’opera, è tutto il mondo. L’appunto invece ha bisogno di altri punti, di altre voci particolari su cui poggiare, così che il discorso sul presente si strutturi: ciò che conta, qui, è il tessuto connettivo, la serie indefinita di rimandi dal procedere rizomatico, che dà vita alla complessità policentrica della superficie. Nessun appunto può, dunque, testimoniare «per conto di un Altro».;(8) esso per natura ci chiede infatti la parola, ci spinge a dare voce al nostro esser-presenti. Questo accade ancor più quando l’appunto si assume la responsabilità della civis, diventandone portavoce, e mostrando in tal modo le ferite del superstite, che ha bisogno di stare a fianco di altre voci, per diventare discursus, linea continua e orientata, che metta in forma il progetto collettivo. È quest’ultimo infatti a dare ordine ai tasselli, ad organizzarli nel sistema libro. Il fatto che la medesima questione si presenti nel libro di poesia (e in qualsiasi altra contestualizzazione dell’opera), accade per così dire in “secondo grado”, mentre l’appunto nasce con l’esplicita consapevolezza di arricchirsi entro un mosaico condiviso da altri, tutti testimoni autorevoli e perciò stesso degni d’attenzione.

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Master in Editoria e Comunicazione

MASTER IN EDITORIA E COMUNICAZIONE. XXVII EDIZIONE
http://www.newsitalia.eu/master-in-editoria-e-comunicazione-xxvii-edizione-0109.html

http://www.comunika.org/leggi_master.aspx?ref=1

Angelo Zabaglio

Note biografiche

Angelo Zabaglio è nato a Latina il 18 agosto 1979.

Opere pubblicate

Autore del romanzo Ed ora cominciamo (Prospettiva Editrice); della raccolta di raccontiStorie brutali (Ed. Il Foglio); dell’antologia poetica Non tutti i dubbi sono di plastica(Arcipelago Edizioni), insieme al compositore Marco Russo ha inciso il CD poetico/musicale Pene (Nicola Pesce Editore).
Di prossima pubblicazione il libro Lavorare stronca (Casa Editrice Tespi).

Alcuni premi ricevuti:
*Vincitore al Poetry Slam Interrete di Milano 2004
*Vincitore Slam Poetry al Salone del Libro di Torino 2004
*Secondo classificato Slam Poetry Il Filo di Milano 2004
*Finalista al MitreoFilmFestival 2005 con la sceneggiatura Problematici approcci
*
Secondo classificato Slam Poetry Il Cantiere – Milano 2007

Suoi testi sono apparsi in varie riviste letterarie tra le quali:
ToiletUnderground Press

Collabora con i collettivi letterari Folli tra fogliAnonima Scrittori

Autore di sceneggiature tra le quali Il principiante (GSP e Digital Desk) ed il lungometraggio I Write (Mithril Production – in post-produzione).
Autore del monologo teatrale Le associazioni delle idee.
Nel 2005 è stato redattore del programma televisivo Camera Car (Mithril Production / SKY / Roma Uno)

Url
http://zabaglioangelo.splinder.com
http://www.myspace.com/andreacoffami
http://www.myspace.com/vertigozabaglio

Alessandro Ansuini

Alessandro Ansuini

Note Biografiche

Alessandro Ansuini, romano, classe 1974, vive e lavora a Bazzano. Ideatore della editrice clandestina Smith & Laforgue Indipendent Press, membro fondatore del gruppo Karpòs, è parte integrante del progetto Camera Mix, ensemble di sonorizzazione d’ambiente, col quale ha fatto numerosi interventi in italia e all’estero.
È curatore, col patrocinio del comune di Bazzano, dell’Afa Reading Festival, manifestazione culturale di contaminazione letterario-musicale.
Alcuni suoi lavori fotografici, inoltre, sono visibili qui:www.alessandroansuini.deviantart.com

Opere pubblicate

Ronde de la nuit (2002) Ed. Liberodiscrivere
Appena (2003) Ed. Ifiglibelli

Per la Smith & Laforgue:

No Data (2003)
Shekeletter & Paris (2004) Ed. Smith & Laforgue / Ed. Ifiglibelli
Smog (2004)
Comedy (2003)
Elephant (2003)
Asylum (2002)
Czarina (2002)
Favola nera (2004)
La Francia non esiste (2004)
Flypaper Skin Ltd (2004)
Le Illuminazioni (2005)
D. D.Theme (2005)
Gerstl Orchestra (2005)
Fronte della Falciata (2007)
24 h (2007)
Zero (2005) Marcovalerio Ed.
Indagine di uno stalker a proposito della muraglia cinese Ed. Liberodiscrivere (2006)

Url:
http://www.myspace.com/ansuinihttp://zeroola.splinder.com

Attualmente impegnato sia con Camera Mix che con il progetto LIPS

Biographical Notes

Alessandro Ansuini, born in 1974 in Rome, lives and works in Bazzano. Creator of the clandestine book publisher Smith & Laforgue Indipendent Press, founding father of theKarpòs group, he’s part and parcel of the project Camera Mix, ensemble for ambient sonorization, with that he performed in several occasions both in Italy and abroad.
He’s a curator, with the patronage of the Municipality of Bazzano, of the Afa Reading Festival, cultural event of literary-musical contamination.
Some of his photographic works, moreover, can be seen in here:www.alessandroansuini.deviantart.com

Published Works

Fronte della Falciata (2007)
24 h (2007)
Indagine di uno stalker a proposito della muraglia cinese Ed. Liberodiscrivere (2006)
Le Illuminazioni (2005)
Zero (2005) Marcovalerio Ed.
D. D.Theme (2005)
Gerstl Orchestra (2005)
Favola nera (2004)
La Francia non esiste (2004)
Flypaper Skin Ltd (2004)
Smog (2004)
Shekeletter & Paris (2004) Ed. Smith & Laforgue / Ed. Ifiglibelli
Comedy (2003)
Elephant (2003)
Ronde de la nuit (2002) Ed.Liberodiscrivere
Appena (2003) Ed. Ifiglibelli
No Data (2003) Smith & Laforgue
Asylum (2002)
Czarina (2002)

Url:
http://www.myspace.com/ansuini and http://zeroola.splinder.com

Rita Bonomo

Rita Bonomo

Note Biografiche

Rita Bonomo vive e lavora a Sassari.
Diplomata in Scenografia all’Accademia di Belle Arti, collabora con alcune compagnie teatrali. Ha partecipato ad alcune mostre collettive e personali. Tra le ultime I Mestieranti (2003) e Le Fate Ignoranti (2004), dove i supporti, i materiali e la stessa scrittura del testo si fanno polimaterico parlante.
Ha ideato e progettato per Magnum-Edizioni Le Prefìche, una collana laboratorio in cui autori, artisti figurativi, attori teatrali e musicisti convergono in un unico movimento di interazione contaminante.
Ha pubblicato poesie su riviste e antologie ed è uno degli autori di RIE, Magnum-Edizioni (2005). Per Liberodiscrivere ha pubblicato dìri dìri dànna (Giugno 2006) e, in veste di co-autore, una parte conversativa dal titolo esprit—le famiglie e i cordoni all’interno di Donne- (don)o e (ne)mesi di Enzo Campi (luglio 2007). Di prossima pubblicazione, sempre per Magnum, un dramma in poesia dal titolo Grande Sproloquio Spartiacque
Girovaga e performer, collabora in qualità di interprete, con nuoviautori.orgoboesommerso.
Si fa spesso vedere in giro, per le varie città d’Italia, con un certo Luigi Romolo Carrino.

Opere pubblicate

Di prossima pubblicazione, sempre per Magnum, un dramma in poesia dal titolo Grande Sproloquio Spartiacque.
2007 – Donne – (don)o e (ne)mesi di Enzo Campi (in veste di co-autore, Rita Bonomo ha una parte conversativa dal titolo esprit-le famiglie e i cordoni)
2006 – dìri dìri dànna – Liberodiscrivere
su scritturafresca

Url:

Voluble
Riserve Acustiche

Gira inoltre su web con l’avatar de La bambina cattiva di Silvia Levenson: un grazioso e vuoto abitino di vetro con due scarpine lucide lucide – ma vuote anch’esse – . Sul suo profilo la scritta pretestuosa del: no, non sono stata io! Per un’estetica – dice – dell’innocenza.

Paola Silvia Dolci

paola silvia dolci

Note Biografiche

Paola Silvia Dolci è nata a Cremona il 4 Novembre 1977.
Ingegnere civile, si sta laureando in Scienze Letterarie.
Direttore editoriale ufficio stampa associazione Icross Italia; Direttore editoriale rivista online Niederngasse; redattore rivista online Lobodilattice; curatrice di raccolte poetiche.
Collaborazione critica con la rivista Leggere Leggero.
Collaborazione alla stesura del testo teatrale La fabbrica delle donne.
Assistenza alla regia di Carlina Torta per la rappresentazione al Festival nazionale sulla drammaturgia contemporanea.
Premi e segnalazioni ai concorsi: Pegasus e Jacques Prévert.

Opere pubblicate

Pubblicazioni in antologie e riviste cartacee:
Poeti dal mondo
Il Segnale
Le Solitudini di Aradollo
Pensieri Volontari

e online:
ilfiloonline
DADAmag
Rotta Nord Ovest
NUOVIAUTORI
Niederngasse
Muse Apprentice Guild
Via delle Belle Donne

1998-2006 – Bagarre sans musique sans personne et sans rien – Lietocolle-Erato

Poesie:

– Polemos pantōn men patēr esti¹ –

una rana fredda d’inverno,

un regalo del padre

avremmo esposto

/di padre in figlio, cane e avvoltoio

la pianta quasi viva sul terrazzo,

tuttavia condanna affamata

discese, radice, Afrodite

e liberò i sintomi

uno stupore

nessun attrito

nessun freno

onda, ondate,

una polmonite rovente

fu la lingua ad avvelenarci

una polmonite desiderata

/come di un bambino si dice desiderato

come di una bambina si dice desiderata/

ricoverati ingurgitavamo, sputavamo

tutto

e cuore nei fazzoletti

vene di burro

e ancora sangue

sangue

/di madre in figlia,

mirto colomba passero e cigno

*

destino e idiozia

due fiale al giorno

la cura

*

[chi siamo, Phobos e Deimos, genìa di Ares e Afrodite, cosa quando dove, paura e terrore oggi nella nostra casa, perché, abbiamo spine,

finalmente come della buona stagione.

¹La guerra è padre di tutte le cose

– Paura sia figlia di Guerra e Bellezza. –

che paura sia figlia maschio di conflitto maschio è credibile, paura subisca violenza; quindi riflettere

il processo del dono anteriore allo scambio

e cosa potrebbe mai donare il Conflitto al Panico?

di padre in figlio una vitalità, un fervore. cane e avvoltoio.

che paura sia figlia di mirto colomba passero e cigno.

figlia femmina di amore femmina. inconcepibile.

dove annida il legame tra paura e amore, inconcepibile,

non ho mai nitrito d’ amore.

talvolta abbiamo perduto il controllo.

l’amore sia veleno per la paura.]

[gravemente inconcluso]

Url:
Noix de Coco

Biographical Notes

Paola Silvia Dolci was born in Cremona on the 4th November, 1977.
Civil Engineer, she is studying “Scienze Letterarie”.
Editorial manager of the press agency of the association Icross Italia; editorial manager of the on line magazine Niederngasse; editorial manager of the on line magazine Lobodilattice; curator of poetic collections.
Collaboration as a critical reviewer with the magazine Leggere Leggero.
Collaboration to the drafting of the play La fabbrica delle donne.
Assistant to the direction by Carlina Torta for a drama at the Festival nazionale sulla drammaturgia contemporanea.
Awards and recommendations to the prizes: Pegasus and Jacques Prévert.

Published Works:

In anthologies and paper magazines:
Poeti dal mondo
Il Segnale
Le Solitudini di Aradollo
Pensieri Volontari

online:
ilfiloonline
DADAmag
Rotta Nord Ovest
NUOVIAUTORI
Niederngasse
Muse Apprentice Guild
Via delle Belle Donne

1998-2006 – Bagarre sans musique sans personne et sans rien – Lietocolle-Erato

Url:
Noix de Coco

Renato Ornaghi

Renato Ornaghi

Note Biografiche

Renato Ornaghi è nato nel 1961 a Monticello Brianza, dove vive; è sposato con Simona ed ha tre figli: Leonard, Gabriel e Sophie. Ingegnere, svolge attività di consulente di direzione aziendale.
Ornaghi nutre una particolare predilezione per la poesia lirica italiana dal ‘500 all ‘800, per i sonetti di Gerard Hopkins e – soprattutto – per l’opera poetica di Giovanni Raboni, da cui ha mutuato la peculiare scrittura del sonetto ed un particolare metro, da lui definito endecasillabo atonale.

Opere pubblicate

2006 – Sonetti da Arcore – FeaciPoesia – Feaci Edizioni
2004 – Brianza Occidentale – Edizioni GR
1987 – La Metafora come Antinomia – Edizioni Macruela
1981 – Il Segno La Parola dei giovani (con il pittore lecchese Roberto Alquati – Edizioni Antica Stamperia del Moretto
Rima e identità nella toponomastica briantea – in Brianze n. 40

Poesie:

– Brianza Suicide –

Forse alla dogana di Concorezzo

stava andando Luca… (il vero cognome,

penso, meglio non citarlo siccome

è stato trovato nel suo automezzo

piegato sul posto di guida, un pezzo

di tubo flessibile sull’addome,

il miasma pungente del fumo come

incenso impregnato addosso e il disprezzo

della vita in una smorfia) è il commento

asettico al bar, ma ciascuno pensa

a quel sovrumano rinnegamento

della moglie, dei due figli e all’immensa

frase vi amo tutti in dissolvimento,

scritta al finestrino, sulla condensa.


– Brianza Angels –

Stanno ad un chilometro di distanza

dalla grande villa di Berlusconi

e anni-luce dai colori e dai suoni

quei bambini sordo-ciechi di stanza

a Lesmo, a metà collina in Brianza

per trovare un senso nelle emozioni

che attraversano narici e polmoni

ad ogni profumo nuovo che avanza

nell’anima, ad ogni nuovo sapore

senza nome che da cibo diventa

strana ipotesi del mondo esteriore,

a ogni tocco amico che rialimenta

l’infinita pulsazione del cuore

vibrazione ignota, che un po’ spaventa.

Url

Brianzolitudine

Pietro Presti

Note Biografiche

Nato a Gela nel 1981, vive a Parma.

Esordisce con Liberami dal male, prosegue con La Fragilità dei Corpi.

Attualmente scrive il prossimo romanzo.

Opere pubblicate

2007 – La Fragilità dei Corpi – Cicorivolta Edizioni

2005 – Liberami dal male – Edizioni Clandestine

Danielle e Fondali – MUP Monte Università Parma Editore

Godzilla – Giulio Perrone Editore

2005 – Rifiuti d’anime – Prospektiva (vincitore Concorso Les Nouvelles 2005)

Danielle – FAME – MUP Monte Università Parma Editore

Fondali – ACQUA – MUP Monte Università Parma Editore

Ruina – Trasformazioni – La luna di traverso

Precious – Catrame

Fondali – Catrame

Vertebra – Catrame

Produci – Catrame

2008 – Mirage – L’informazione

Url

http://www.liberamidalmale.splinder.com

Dome Bulfaro

Note Biografiche

Dome Bulfaro, artista e poeta, è nato a Bordighera (IM) nel 1971.

È un ottimo performer, e da diversi anni promuove il proprio lavoro poetico attraverso numerose letture pubbliche. I suoi testi sono presenti in diverse riviste di settore, e nel 2004 ha vinto, con inediti tratti dalla silloge Carne. 32 contatti, i premi di poesia Città di Torino, Città di Avezzano, Città di Galbiate e Città di Monza.

La plaquette “Prove di contatto” è stata pubblicata nel 2006 nella collana I Manifesti della Coen Tanugi Editore. “Carne. 16 contatti”, vincitore del Premio Nazionale Mazzacurati-Russo, sarà pubblicato nella collana Misiotìs della D’If Edizioni di Napoli

Opere pubblicate

Carne. 16 contatti – vincitore del Premio Nazionale Mazzacurati-Russo, sarà pubblicato nella collana Misiotìs della D’If Edizioni di Napoli

2006 – Prove di contatto – nella collana I Manifesti – Coen Tanugi Editore

2001 – Ossa. 16 reperti (Settimo Quaderno di Poesia Contemporanea, Marcos y Marcos, 2001, a cura di Franco Buffoni, con nota introduttiva di Fabio Pusterla)

Performance e varie

Organizzatore di PoesiaPresente a Monza, nel 2008 EmCee del Poetry Slam di Monza e Brianza e del Poetry Slam nazionale cui ha partecipato Lello Voce.

* Versi a morsi (musiche Massimiliano Varotto)

Silloge che consta di sei testi taglienti per contenuto e forma, strutturati come i denti, in distici ottonari doppi.

Sei reietti, attraverso il racconto smozzicato della loro storia privata, disegnano con tratto ironico/cinico il profilo cariato della nostra società contemporanea. La lettura “a morsi” di Dome Bulfaro sperimenta nella composizione e nell’emissione dei versi sonorità poco esplorate che intendono attribuire ad ogni poesia un’amplificazione di significato.

La voce dell’autore, dal 1998, si intreccia con partner di batteria appositamente composti dal batterista jazz Massimiliano Varotto.

La sfida per entrambi gli artefici, ad ogni verso detto, è quella di realizzare con pochi mezzi una lettura poetica di straordinaria forza comunicativa.

Andrea Lucheroni

Note Biografiche

Nato a Roma il 19/2/1985 dove attualmente vive e lavora.

Oltre alla formazione scientifica, fin da bambino ha seguito studi di pianoforte e musica in genere. All’inizio del 2007 ha “incontrato” la Poesia e la scrittura in genere. Ha partecipato a diversi multiblog sparsi sulla rete ma attualmente utilizza principalmente il suo blog di splinder per promuovere i suoi testi.

La poesia, per Andrea:

“La poesia è il mezzo con cui sulle mie mani si scompone il Reale, con cui mi ricongiungo con l’Essere, senza pretese, è una dimensione”

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