L’universo di Maurizio Clementi

VOCI / L’UNIVERSO DI MAURIZIO CLEMENTI

Maurizio Clementi è poeta, critico letterario, drammaturgo. Insegna Lettere in un Istituto Superiore del modenese e collabora regolarmente con l’Università di Bologna, per cui ha svolto  diversi corsi e seminari negli ultimi tre anni. Per la poesia ha pubblicato cinque volumi di raccolte e ha vinto il Premio Camaiore (1998) e il Premio Selezione Viareggio (2000).
Per la critica ha collaborato con Pendragon, nel 2002, per cui ha curato una scelta di poeti italiani contemporanei, attualmente collabora con la casa editrice Barbera per cui ha curato l’antologia La guerra, l’introduzione e la traduzione di opere del poeta Khalil Gibran, e un’antologia shakespereana; ha inoltre collaborato con varie riviste, fra le quali la “Yale Italian Poetry” di Paolo Valesio ed Ernesto Livorni, sulla quale sono stati ospitati diversi suoi testi poetici e saggistici, “Rendiconti” e “Atelier”, oggi codirige la rivista on line di letteratura contemporanea Bibliomanie.it, assieme al poeta Roberto Roversi. Attualmente sta completando un’antologia di poesie scelte di G.M Hopkins.
Per il teatro ha collaborato con registi come Emanuele Montagna e la sua compagnia Teatro Colli, per cui ha scritto il testo originale Padre Marella (2002) e ha tradotto e adattato varie tragedie greche, fra le quali Baccanti e Alcesti  di Euripide, e Tesmoforiazuse di Aristofane, e  con il regista Nanni Garella, per cui ha scritto il testo originale Le vie della vita (2006). Nell’anno 2006 ha tenuto un seminario all’università di Bologna sulle tematiche del teatro contemporaneo.

Le prime  tre composizioni presentano un carattere “metafisico”: si tratta di meditazioni su racconti kafkiani celebri, come ad esempio Davanti alla legge. Gli altri dieci sono testi dedicati alla moglie all’interno di un primo bilancio di maturità mediante uno sguardo sul senso di fine che avvolge le cose di quest’epoca. Le insistite metafore cosmiche riprendono (forse anche con un lieve velo di ironia) un gusto per l’universo di Hawking, quasi come indicazioni di un’angoscia cosmica prodotta dalla crisi culturale odierna, di fronte alla quale non rimane che la barriera dell’affetto.
L’uomo del Duemila, tronfio dei successi scientifici capaci di lanciare lo sguardo oltre i confini dello spazio e del tempo sino a giungere all’esplosione del Big Bang, non è riuscito a costruirsi un universo intellettuale in grado di attribuire senso al suo esistere. E questo limite, sottolinea Maurizio Clementi, di fronte allo scacco della ragione rivaluta il desiderio dell’“oltre” e la potenza dell’amore (G. L.).

Rinvio
-2009-

Non c’entra col rinvio di cui tu parli
l’attesa, quella vera, quella delle porte
chiuse per sempre. O semichiuse, solamente
perché tu vi acceda. E il guardiano,
quand’anche io spegnessi il cellulare,
mi farebbe entrare senza dubbio,
col mio impermeabile bisunto,
la penna consumata, il sunto sconclusionato
degli attimi di vita nella specie,
in cui io seppi di trovarmi lungo l’argine
di un grigio e indefinibile aldiquà?

Chiesa dei gentili
-2009-

Intensa, in questa parte del mondo affaticata,
non è la gioia del mattino, la morte per noia
nelle ore antelucane è più diffusa, incontro al traffico;
tu anneghi la densa malìa, il vino
dei locali, la vodka, la perdita di senso di un saluto…

la Chiesa dei gentili è forse questa?
Sperimentare il nulla ci conviene
per l’altare, per quell’attimo finale?
Se non ci chiudessimo la notte
a riccio, negli aculei del rumore
mai più avremmo poi quel bacio,
nella nebbia, il primo bacio d’amore?

Luce di marzo
-2008-

Lanugine mista a riposo, è questa luce
che sfiora il tappeto persiano e sosta
nell’aria domestica del lunedì
dell’Angelo, o l’essere in sé è un ricordo
che appare in un lampo d’immagine,
la mente annegata nel tempo?

Ma la luce più vera è quell’altra:
di là è il confidente domani.

Momento
-2009-

Se pure non vivessi da vedere
ciò che deve essere visto per capire, se gli occhiali
mi cadessero per strada, e nella corsa
sbagliassi la radura di raccolta…

Se insomma mi mancasse ancora il senso,
perché la penna stanca la scrittura,
perché la Parola ci consuma, perché il trucco
si scioglie nella pioggia e nuda
rimane e inerme poi la faccia…

Se io continuassi a fare finta
di niente, e a mangiare il mio ghiacciolo
sgocciolante…

Poesie a Lorena (2009)

I

Non c’era il libro, quella volta,
il sei settembre, il cielo azzurro sempre
disatteso, l’assenza di segni oracolari,
quando ti vidi acchiocciolata buona,
seria nelle orbite serene, due cerchi
di universo regolari. Ridi adesso,
se te lo ricordo appena,
eppure quel mondo fuor di sesto
che, di scena sempre nei miei occhi,
dovevi avere visto, ti appariva e ti appare
ancora un’àncora al mare aperto,
una chiglia fracassata ma natante.

II

Ammesso che ti sia dimenticata
di quel trancio di pizza dell’Altero, oscurata
la città da una notte illune,
carichi di attesa di comune
vicinanza, pensi di riuscire a rinvenirmi,
disperso in un fiume di parole,
mentre annaspo con le braccia nella nebbia,
attento solo a non farti male?

III

Quando scrissi: noi siamo oltre il pianto,
siamo oltre il lamento del poeta,
non mi era ancora apparso il mondo di parole
recinto di rosso e luce chiara, il grigio tuo galassia
non sfidava i buchi neri del rimpianto…

l’universo un pugno, la storia fenditura
della mano, una ferita sopra il polso,
già allora stigmate di senso
appassionato, mi apparivano soltanto…

IV

Due o tre volte ho assistito alla marea
e al riflusso nella gola tua, al singhiozzo
soffocato dalla piena del dolore,
pandora di ogni sofferenza…
un rantolo stentato, la voce sospirante
e irregolare, un conato, una protesta
irrotta da lontano, dal momento del Big Bang,
e il silenzio del nostro appartamento.

C’è un rifugio, una stanzetta riscaldata
dove riposare la tua voce, il tuo respiro
in quei momenti di trasformazione
della materia e della luce in buio
dentro, nella gola, e in giro in giro?

V

Fèrmati, la mano dai capelli
selvaggi alzàti alle tempeste respingi,
non c’è più tanto tempo per i viaggi,
e il viaggio è solo nel salotto, intorno
al tavolino, due poltrone le colonne…

un tempo peripli e vagoni cospiranti,
strade rotolanti ai nostri sguardi
improsciugati, le stelle come multipli
di muti desideri…

Un tempo. Oggi invece il clima è fatto secco,
l’umido deprime le petunie, ed è tutto un estirpare,
un rinvasare, altro terriccio,
altra vita sotterranea, altro pullulare.

VI

Il quando e il come non li so,
il che cosa invece è starti accanto,
in un certo momento di cupezza
nero notte, mentre corrono i pianeti, come un film.

E’ questo un certo sogno ricorrente: il vetro
grigioperla ci fodera la vista, un po’ di pioggia,
una fine ottobrina pioggerella, ci culla
fuori, e un rintocco di stabat mater.

Il mondo fermo poi lasciare dentro un globo,
fermi noi pure, ascendere, il vetro poi sparire,
ecco, dovermi poi pulire anche le lenti
dalle gocce già più spesse.

VII

La torta al limone lievita, potendo
ingloberebbe l’universo, la tua mano
imita la mano del Big Bang…

E’ questo in dieci anni il tuo segreto,
il crescere di ciò che ti sta accanto, muto
assentire di uno spazio colorato, luccicante
tutt’intorno alla corolla del tuo viso?

Forse questo il senso dell’ecologia, il pianeta
vivente detto Gea, microcosmo bianco latte,
in cima una foresta rosso-bionda, e intorno
un pallido satellite rotante…

VIII

Ti guardo con la copia tua minuta,
in cortile rilevate nella luce
del mattino, pulviscolare come agìta
dalle fate, accanto ai giovani oleandri…

Intorno alle due teste due chiarori
globulari, due segni d’elezione,
due destini presi per la mano, uno rosso
di nordica pudica, delicata, uno bruno
di testa data alle tempeste, di artista
della voce melodiosa, del passo e gesto.

Lontano, nella penombra afosa, dietro
l’uscio, io prego che la casa
non segua il destino di universi
in espansione, di tragiche galassie
farsi buchi neri.

IX

Non una fiamma, ma un lento rosolare,
e fuori il freddo muto di dicembre,
trasalire ad ogni cambiamento
di temperatura, ma solo dall’interno…

Poi uscire ben coperti, il naso rosso,
sapendo di dover tornare al caldo,
disbrigate le faccende del mattino,
un mattino lungo spesso il pomeriggio,
e ritrovare te e la copia tua lo stesso…

X

Non c’è un domani, mi trattengo
talvolta dal pensare, un senso condiviso
senza il mondo, senza gli altri umani,
ma sul mondo grava un grigio, e nei tuoi occhi,
lo sforzo è sempre quello di celarlo…

Ma più forte è il senso del futuro; l’aquilone
colorato nel maestrale, nel tuo sguardo,
precede ogni pensiero, ogni momento
è affiso l’occhio a un aldiquà
che per me è forse anche un aldilà.

[sta in: http://atelierpoesia.splinder.com/post/21982917/VOCI++L’UNIVERSO+DI+MAURIZIO]

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