Maeba Sciutti: Tipologie critiche. Che fare della poesia on line? (2)

Chi, perifericamente o meno, sporadicamente o in modo continuativo, cerca e legge poesia sia on-line che in versione cartacea, prima o poi deve imbattersi in questo quesito: che cos’è la poesia? Anche il lettore che, come la scrivente, avrebbe deciso da tempo di non porsi questa domanda ora, dopo aver sentito dibattiti di ogni tipo e inviti a porsi l’interrogativo, cede.
14 Novembre 2009

Chi, perifericamente o meno, sporadicamente o in modo continuativo, cerca e legge poesia sia on-line che in versione cartacea, prima o poi deve imbattersi in questo quesito: che cos’è la poesia? Anche il lettore che, come la scrivente, avrebbe deciso da tempo di non porsi questa domanda ora, dopo aver sentito dibattiti di ogni tipo e inviti a porsi l’interrogativo, cede.

A proposito del pernicioso quesito i filoni di pensiero che si rincorrono per la rete sono fondamentalmente tre. C’è chi sostiene impavidamente che si possa parlare di poesia solo quando questa è costituita da una struttura solida, il che spesso si traduce nel ferreo amore per l’endecasillabo e la rima baciata. Niente di male nell’indugiare in un amore un po’ retrò come quello per il sonetto o per altre forme tradizionalmente legate al verseggiare. I seguaci di questa idea, coloro che concorrono nel far tornare l’equazione forma uguale lirica, hanno un atteggiamento caratteristico: valutano il valore artistico sulla base del metro, del numero di allitterazioni e di assonanze usate in una composizione. Il risultato è spesso una forma rigidissima. Viene privilegiato sempre l’endecasillabo che, da Dante in poi, è il punto di riferimento per ogni italico amante dell’ordine, dal quale spuntano rime improbabili comecotone/micione, paroliere/cantiere, ubriacone/santone, urogallo/sciacallo.

Questa prima tipologia critica, quella che, per intenderci, va in deliquio di fronte a un sonetto, solitamente ama l’utilizzo di termini riconducibili agli stereotipi poetici. Sarà gradito, ad esempio, l’ accenno a una qualche divinità olimpica da cui la presenza in quantità di dei, semidei, figure mitologiche o riferimenti ai luoghi dove sorse la prima poesia. Saffo risulta ancora la figura privilegiata ma la moda poetica vede nuovamente in auge anche tutta una schiera di Pizie e Meduse che il mestierante, volendo essere certo di essere inattaccabile almeno dal punto di vista formale, può arrivare a collocare anche in un sonetto di fattura precisa ma dal gusto un po’ ammaccato dall’uso.

La mia discutibile opinione è che, dopo la Sera Fiesolana del D’Annunzio, sia del tutto incauto soppesare la qualità di una poesia usando come metro di valutazione il numero di sillabe. L’orizzonte poetico contemporaneo non vede al momento nessuna presenza in grado di raggiungere anche solo lontanamente la “bellezza endecasillabica” di questa poesia. L’estremizzazione formale porta a esiti rigidi, immobili. Il numero giusto di sillabe viene ottenuto alla meno peggio infilando crotali, apoplessie, discount e allodole. L’errore formale, avvalorato dal critico-strutturale, è un implicito per cui conta la gabbia metrica, mentre si può chiudere un occhio sulla modestia o l’imbarazzo del contenuto.

Personalmente trovo la metrica, che da ora in poi chiamerò la gabbia, un modo per nascondere la mancanza di senso estetico dentro un modo tradizionale di far poesia. Si potrebbe ipotizzare che l’entusiasta sostenitore della gabbia, colui che scrive solo all’interno di uno spazio governato dal conteggio sillabico, attui un meccanismo difensivo. Incerto sulle sue capacità espressive mette davanti a sé la forma. Questa serve come difesa dall’attacco di molti amatori perché, qualsiasi dubbio concernente la bontà dello scritto, verrà tendenzialmente fatto a pezzi dall’autore (o dal critico-strutturale) richiamando continuamente l’attenzione sull’unica cosa presente: la forma.

Ma basta davvero una solida impalcatura formale per determinare il valore di un componimento?

Mi permetto di dubitare. L’efferatezza con cui vengono giustificate produzioni improprie, rime risibili, conteggi a base di crostacei, continuando a propinare all’audace cercatore di poesia imbarazzanti variazioni sul metro dantesco, fa pensare che sia arrivato il momento di operare un sabotaggio, di uscire dalla gabbia e mettersi in mostra sul terreno della libera esposizione.

La seconda tipologia critica risponde alla domanda focale sulla natura della poesia sostenendo che sia un moto autentico in cui l’autore mette a nudo se stesso. Gli esiti del gesto possono essere inquietanti e suggerire la bontà di qualsiasi esternazione estemporanea per cui anche “oggi sto/ bene” diventa poesia. Il critico-empatico, in effetti, si contraddistingue per la sua audacia perché tende ad avvalorare qualsiasi esternazione purché comprenda, unico elemento irrinunciabile, l’andata a capo, la frammentazione lessicale che spesso, troppo spesso, pare essere l’unico connotato necessario a considerare un moto compilativo come un gesto poetico. Con buona pace del lettore, delineare la poesia sulla base della rottura della frase ha portato a degli sviluppi senza controllo: sessantatré milioni di italiani sono diventati poeti. Ogni sensazione personale si è trasformata in arte:  l’artrite, i disguidi sentimentali, i ricordi del tempo che fu, l’acne, l’otturazione del lavandino, nonché istinti erotici compulsivi hanno assunto le caratteristiche di elementi pregnanti e sufficienti, a detta dell’empatico, per gridare alla meraviglia.

La frase ricorrente di questa tipologia critica è che ogni poesia merita rispetto perché frutto del cuore e della sensibilità personale.

A onor del vero il critico-empatico non esiste. Trattasi spesso di poeti ripetutamente malmenati e geneticamente incompresi che si mascherano da opinionisti per difendere se stessi avvalorando in altri la loro stessa incapacità espressiva.

Personalmente, con tutto il rispetto possibile per ogni essere umano, trovo che ci sia poco di lodevole in esternazioni tipo “ho visto i bambini correre nell’oratorio/ mentre una nuvola rosata/ nell’aulica sera mi rimembrava il cuore dolente/ ahi dove sei tu a cui ho donato/ il mio amore?” oppure “le tue labbra setose/risvegliano sopiti ansimi/ voglie dimenticate/ risalgono la corrente/ del mio amore dimenticato”.[1]

La terza e ultima tipologia critica sostiene l’importanza di un concetto nebuloso e altamente astratto: il talento.

Che cos’è il talento? È riuscire a rendere commoventi le lenticchie, strazianti le mele, inquietanti e stravolte di visionarietà le tazze del latte:

Nel capogiro delle tangenziali

donne ancora felici portavano le lenticchie

a capodanno: era l’alba,

l’alba di ogni sostanza e ti disse

solamente non puoi, non puoi morire

l’insanguinata che entrò nella tua stanza.

*

In te si radunano tutte le morti, tutti

i vetri spezzati, le pagine secche, gli squilibri

del pensiero, si radunano in te, colpevole

di tutte le morti, incompiuta e colpevole,

nella veglia di tutte le madri, nella tua

immobile. Si radunano lì, nelle tue

deboli mani. Sono morte le mele di questo mercato,

queste poesie tornano nella loro grammatica,

nella stanza d’albergo, nella baracca

di ciò che non si unisce, anime senza sosta,

labbra invecchiate, scorza strappata al tronco.

Sono morte. Si radunano lì. Hanno sbagliato,

hanno sbagliato l’operazione.

Milo De Angelis

Tema dell’addio

ORLO

La donna è a perfezione.
Il suo morto

Corpo ha il sorriso del compimento,
Un’illusione di greca necessità

Scorre lungo i drappeggi della sua toga,
I suoi nudi

Piedi sembran dire:
abbiamo tanto camminato, è finita.

Si sono rannicchiati i morti infanti ciascuno
Come un bianco serpente a una delle due piccole

Tazze del latte, ora vuote.
Lei li ha riavvolti

Dentro il suo corpo come petali
Di una rosa richiusa quando il giardino

S’intorpidisce e sanguinano odori
Dalle dolci, profonde gole del fiore della notte.

Niente di cui rattristarsi ha la luna
Che guarda dal suo cappuccio d’osso.

A certe cose è ormai abituata.
Crepitano, si tendono le sue macchie nere.

Sylvia Plath

Ariel

Maeba Sciutti

[1] n.b. Questi esempi sono frutto della mia fantasia.

[sta in: http://www.tellusfolio.it/index.php?prec=/index.php&cmd=v&lev=119&id=9931]

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