Per il catalogo di disegni di Ferruccio Nobile. Di Gianluca Chierici.

C’è un destino in questi disegni,
un accordo d’ombre che alimenta l’incendio degli occhi.
Un cuore di cenere in cui virtù e violenza fanno razzia di schiavi.
Nessuna mediazione universale è possibile.
Tutto accade nella stessa ora.
Le teorie vengono dissipate,
si sfasciano le architetture,
le coscienze si confondono nei volti dell’immanenza.
Si tratta di combattere,
di specchiarsi nel proprio contrario,
di raggiungere l’interno delle cose, baciando urla e identità,
in attesa della rivelazione.
Premono pietre geroglifiche nei lumi del giardino
e compare una volontà estrema, pericolosa.
Un inno antico e immediato che cerca il luogo della propria morte.
Ferruccio Nobile non propone eucarestie, parte da un rovesciamento
nel quale è possibile leggere la decadenza,
lo spreco, la risposta dell’uomo alle possibilità dello splendore.
Ma questa non è una rinuncia, non è una spartizione,
la croce è comunque sospesa nel mantello della sua parodia,
persegue la propria discendenza nel gemito che conduce al contagio.
Non ha formule per sotterrare la fede,
cerca con le unghie il grido del muscolo, il capezzolo della musica.
Sacramento e invocazione si trapassano generando epiloghi,
raggiungono il culmine nella condanna.
In questo susseguirsi di visioni,
una cantilena risveglia il lieve terrore,
mentre il santo nutre il battito dei peccati
e una sete atavica capovolge la lava, nel sentiero.
Legioni di colombe risorgono dalle donne sepolte.
Qui il prodigio ci assale, e la folla sussurra una delle tante leggende,
trillando nel simbolo, la carta, la carne, il potere.
Allora la trama inorridisce, diviene libro muto.
Porta le piume fuori dal pozzo.
Deturpa le forze, le oltraggia.
Consacra la voragine all’errore.
Solo i numeri nascosti nella scacchiera assolvono le ultime vanità.
Se il serpente torna, sempre più frastornato dall’impresa,
la vita dei divieti viene trafitta dal senso, dalla distanza delle maschere.
Così, le pie donne conoscono l’intimità dello scorpione,
e l’innocenza eclissa nuove radici.
Tutto si tiene generando un consumo di corpi dentro ai corpi.
Nel grano che non è più pane, e torna offerta,
vive la paura di restare se stessi.
Una commedia che non vuole eredi.

GIANLUCA CHIERICI

[v. anche http://www.ferruccionobile.com/.
Si ringrazia Gianluca Chierici per aver autorizzato la pubblicazione in anteprima].

Maeba Sciutti: Tipologie critiche. Che fare della poesia on line? (2)

Chi, perifericamente o meno, sporadicamente o in modo continuativo, cerca e legge poesia sia on-line che in versione cartacea, prima o poi deve imbattersi in questo quesito: che cos’è la poesia? Anche il lettore che, come la scrivente, avrebbe deciso da tempo di non porsi questa domanda ora, dopo aver sentito dibattiti di ogni tipo e inviti a porsi l’interrogativo, cede.
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Pro/Testo. Versi.

La presentazione e le recensioni di Pro/Testo, opera poetica a cura di Luca Ariano e Luca Paci pubblicata da Fara Editore. Introduzione di Mimmo Cangiano. Copertina di Elvira Pagliuca. «Protestare in poesia non vuol semplicemente dire parlare della Realtà, vuol dire provare a sottrarsi ad un rapporto con questa di tipo passivo e massificante, e vuol dire anzi abiurare all’idea dell’innocenza del rapporto soggetto-mondo, rinunciare alla fede nella possibilità di un collegamento schietto e non mediato col reale, rinunciare a qualsiasi rivolo impressionista, e forzare ogni forma (psicologica, estetica, politica, morale) contro sé stessa, fino al punto da costringerla a rivelare (per eccessiva ironia o per eccessiva violenza) la propria arbitrarietà, fino a far vedere al lettore la possibilità di un’Alternativa. È la paralisi conoscitiva (e di conseguenza la paralisi attuativa) che viene smascherata quando il soggetto diviene pronto a riconoscersi quale mero ricettore del «dato di fatto», quando il poeta scopre che la propria operazione di selezione e valutazione altro non era che una frode auto-perpetrantesi ai suoi danni, quando l’uomo (o il cittadino) riconosce che quello che aveva creduto essere punto di vista privilegiato da cui guardare il mondo altro non era che il luogo dove il mondo osservava lui, immobile, assolutamente incapace a trascendere (senza che questo termine abbia alcuna connotazione metafisica), con un atto critico, le strutture organizzate del mondo stesso.» (dalla Introduzione di Mimmo Cangiano).

[sta qui: http://www.qlibri.it/poesia/poesia-italiana/pro%10testo-versi/]

Will. 24 Sonetti.

La presentazione e le recensioni di “Will. 24 sonetti”, poesie di Marco Simonelli edite da Edizioni d’if. Will, come desiderio. Lo stesso che Shakespeare sottintende per il suo fair friend. In questi sonetti elisabettiani, chi parla è proprio il giovane «amico» del Bardo che oggi, dopo aver fatto outing, ci racconta la sua crescita sentimental – omosessuale, libero dalla tradizione che lo vuole unicamente «muso» e oggetto del desiderio. Finalmente corpo, finalmente soggetto, prende la parola e parla. Del proprio desiderio.

[sta qui: http://www.qlibri.it/poesia/poesia-italiana/will.-24-sonetti/]

Sui passi per non rimanere

La presentazione e le recensioni di Sui passi per non rimanere, poesie di Alessandro Assiri e Chiara De Luca pubblicate da Fara Editore. «Annoiata dall’annoso loop delle lamentele sull’assenza, indifferenza, incostanza del pubblico della poesia, e dal dotto e autocompiaciuto lambiccarsi sul perché del fare poesia, ho smesso di chiedermelo. Ed è stato in quel momento che ho trovato la risposta. Ero su una spiaggia, ero stranamente sprovvista di penna e taccuino, dunque degli attrezzi del mestiere. E quando mi è passato per la testa un verso, ho avuto il sospetto che non fosse il caso di svegliare il vicino d’asciugamano. Ho sentito che dovevo acchiappare al volo quelle parole, digitarle, e spedirle ad Alessandro. Perché così è nato questo libro: via sms, in treno, vagando per la Romagna, aspettando il bus, facendo la fila al supermercato. Via email, la notte, all’alba, o in qualche internet point incrociato di strada. Ecco perché la poesia. Comunicare l’urgenza. Cercare qualcuno che la senta e accolga. Incontrarsi. La poesia dovrebbe essere materia di studio della fisiognomica. È gesto e postura. È ciò che non possiamo esprimere con le parole consuete, cui però inconsciamente vogliamo dar corpo. E lo guardiamo stupiti come una foto rubata di noi.» (Chiara De Luca)

[sta qui: http://www.qlibri.it/poesia/poesia-italiana/sui-passi-per-non-rimanere]

Clepsydra Edizioni

Gianluigi Cannella – Le stanze di pelle 
 
“In direzione delle emozioni l’innocenza di un dio adulto”: molto pungente questa proposta di Gianluigi Cannella. Accuratamente datate e numerate, questi tratti sembrano far parte di un diario di bordo, che elenca continuamente dettagli. Anche il linguaggio usato dall’autore, l’uso dei verbi all’infinito, i gerundi, fanno tutti parte di questo gioco; un gioco complesso e doloroso. E’ un continuo “depredare la verità” e spesso l’immagine che continua a tormentare questi versi è quella della guerra; “questa mattina voglio che mi ritrovi addormentato sulla guerra / senza fame”, “l’amore ha suoi peccati come la guerra lacera e uccide“, “combattendo una guerra di codici criptati”, “dichiarazioni d’intenti di guerra di pozzanghere d’acqua nera“ seppure fa morire il dio della guerra: “complice il dio della guerra che si suicida”. Il poeta quindi è in guerra, compreso tra la ragione della verità e “tiene ancorati gli avanzi di un sogno a un luogo possibile”. Vi è quindi solo dolore e la mancanza del sogno, o quasi. Pure l’amore è un “amore cane” non più riconoscibile. La distanza dunque del poeta dalla sua stessa poesia, sembra infinita, quanto misera: spesso il dolore ritrae volti d’altri, eppure il poeta si rispecchia nelle loro trasparenze e nelle loro mancanze. Tutto prende fiato perché lui vuole che parlino: “parlo silenzio non vedo il tu che tace”.
 
 
Gianluigi Cannella, nato il 30 dicembre 1949, risiede a Castelgomberto (Vi). Scrive poesie dal 1968 e ha dedicato una breve parentesi alla pittura tra il 1966 e il ’72. Fotoamatore, ha sempre associato la poesia alla fotografia, ritenendoli due «luoghi di ricerca dove può star bene, ritrovarsi e ritrovare le cose di ieri, vedere meglio le cose di oggi». Frequenta il Laboratorio di Lettura e Scrittura Poetica di Artemis condotto da Stefano Guglielmin da otto anni; ciò gli ha «permesso di entrare dentro la poesia e capirla, capire non tanto cosa si vuole dire, ma come dirlo, farla diventare una comunicazione emozionale». Nel 2005, nella personale poesia-fotografia Dalla nascita alla vita, racconta le stagioni di un uomo, che sarà presto presentata su Magazine periodico online del forum italiano dei fotografi del sistema reflex, 4/3 photographers di Olimpus. La personale fotografica Bianco Colore, imperniata sul viaggio fatto in Perù nel 2006 e realizzata nel febbraio 2007 presso Palazzo Pisani a Lonigo e nel 2008 esposta a Budaspest è ancora motivo di “ricerca poetica”.
Sempre nel 2007 presente con la fotografia all’ Evento Joseph Beuys alla 52° Biennale di Venezia Spazio Thetis nuovissimo Arsenale, A Living Sculpture – Una scultura sociale -The Wandering Cemetery conceived and directed- by Alberto Peruffo (Fattoria ArtisiticaAntersass).
Nel 2008 presente nell’antologia Orizzonte terracqueo. Presente con la poesia nei blog Tellusfolio e Blanc de la Nuque.

Clepsydra Edizioni

Marina Pizzi – Segnacoli di mendicità


Continuamente in sacrificio questa donna incarnata nella poesia di Marina Pizzi; una donna fragile, quanto forte nelle sue idee a pronunciarsi, parte di un mondo “tra storie andate a male”. Continuano così le immagini a delineare questo disagio: “alla cimasa piange il pettirosso / quelle cerase belle senza tocco”, “dove il varo delle rondini non serve / a far felice un discolo”, “in mano alla rondine del boia / l’ordine è chiudere le palpebre”. La donna è un corpo “di danni di anemoni morti”, un continuo ascendere e discendere nell’animo di forti sensazioni e gradazioni di bene e male che l’avvolgono. C’è sempre un interlocutore fermo che fa parte di questa poesia, qualcosa di cercato, un uomo infranto o parte infranta di una donna più forte, “sprigionata dal giogo della mina”. Il tempo di questa poesia è un calco consumato, tenuto in piedi da una resina dove si incollano i respiri ed i limiti, tutte le cose che creano questo mondo intensamente sconvolto, dalla prigionia, dalla morte dei sentimenti, dall’assenza di questo interlocutore che c’è e manca, dal mantenimento di queste penombre che continuano a scendere tra davanzali anneriti e tempi passati. Tutto il linguaggio utilizzato, i termini, le immagini, richiamano continuamente una scrittura pacatamente studiata e pensata a trafiggere l’animo e studiare di questa poesia, ogni radice che la coinvolge e la costruisce, nella sua totale creazione carnale e viva.


Marina Pizzi è nata a Roma, dove vive, il 5-5-1955. Ha pubblicato i libri di versi: “Il giornale dell’esule” (Crocetti 1986), “Gli angioli patrioti” (ivi 1988), “Acquerugiole” (ivi 1990), “Darsene il respiro” (Fondazione Corrente 1993), “La devozione di stare” (Anterem 1994), “Le arsure” (LietoColle 2004), “L’acciuga della sera i fuochi della tara” (Luca Pensa 2006), “Dallo stesso altrove” (La camera verde, 2008); Le plaquettes “L’impresario reo” (Tam Tam 1985) e “Un cartone per la notte” (edizione fuori commercio a cura di Fabrizio Mugnaini, 1998); “Le giostre del delta” (foglio fuori commercio a cura di Elio Grasso nella collezione “Sagittario” 2004). Suoi versi sono presenti in riviste, antologie e in alcuni siti web di poesia e letteratura. Ha vinto due premi di poesia. Nel 2004 e nel 2005 la rivista di poesia on line “Vico Acitillo 124 – Poetry Wave” l’ha nominata poeta dell’anno. Marina Pizzi fa parte del comitato di redazione della rivista “Poesia”. E’ tra i redattori del litblog collettivo “La poesia e lo spirito”, collabora con il portale di cultura “Tellusfolio”.Sul Web si possono trovare diverse raccolte inedite tra cui “La passione della fine”, “Intimità delle lontananze”, “Dissesti per il tramonto”, “Una camera di conforto”, “Sconforti di consorte”, “Brindisi e cipressi”, “Sorprese del pane nero”, “L’acciuga della sera i fuochi della tara”, “La giostra della lingua il suolo d’algebra”, “Staffetta irenica”, “Il solicello del basto”, “Sotto le ghiande delle querce”, “Pecca di espianto”, “Arsenici”, “Rughe d’inserviente”, “Un gerundio di venia”, “Ricette del sottopiatto”, “Dallo stesso altrove”, “Miserere asfalto (afasie dell’attitudine)”, “Declini”, “Esecuzioni”, “Davanzali di pietà”, “Plettro di compieta”, “L’eremo del foglio”, “L’inchino del predone”; il poemetto “L’alba del penitenziario. Il penitenziario dell’alba”.
Sue poesie sono state tradotte in Persiano, in Inglese, in Tedesco.
Sul Web cura i seguenti blog(s) di poesia:
http://marinapizzisconfortidico.splinder.com/=Sconforti di consorte
http://marinapizzibrindisiecipr.splinder.com/=Brindisi e cipressi
http://marinapizzisorpresedelpa.splinder.com/=Sorprese del pane nero
*
Si ringrazia per la realizzazione di questo ebook Luca Rossato, fotografo della foto di copertina. http://www.lucarossato.com/

Fernando Marchiori

BIBLIO / FERNANDO MARCHIORI

Posted: 04 May 2009 06:23 AM PDT

Fernando Marchiori, Con i poeti, Brescia, L’obliquo 2008
Leggo sempre con interesse i lavori dei giovani studiosi che si dedicano alla letteratura contemporanea. Fernando Marchini mi manda la sua pubblicazione Con i poeti che tratta dei seguenti argomenti: nei dintorni di Planaval con Stefano Dal Bianco, Mario Benedetti: pensare che si guarda, Marco Ferri e la Terra disabitata, Elegie istriane di Ugo Vessilizza, Le poesie a mezz’aria di Attilio Pollini, la scrittura come teatro di Giuliano Scabia, Fabio Pusterla dalla terra di nessuno all’altra lingua.  Lo studioso, del resto, «conduce le sue ricerche all’incrocio tra le letterature comparate e le arti performative, con particolare attenzione alla scena novecentesca e all’antropologia teatrale».
A proposito di poesia con Carmelo Bene — si dice in quarta di copertina  — occorre interrogarci: «Quali strade percorre la poesia per incontrarci, per rivelarsi come la nostra stessa voce che […] ci parla nell’orecchio in pieno mercato? Oppure è la poesia che si fa strada e i versi chiedono di essere percorsi: per portarci dove?».
A prescindere dall’acume critico di Marchiori e dal contenuto del testo, mi si conceda di esprimere una riflessione sul concetto della «poesia che si fa strada e i versi chiedono di essere percorsi». Si sentono spesso ripetere espressioni come «il linguaggio ci parla», «siamo strumenti del linguaggio», espressioni come «la poesia usa la penna del poeta per rivelarsi», quasi ammodernamento della metafora classica della Musa ispiratrice di platonica memoria, di cui il poeta è solo lo strumento. Se esiste il linguaggio come realtà ontologica, non esiste neppure la “poesia-in-sé”, esiste solo il linguaggio pensato, il linguaggio pronunciato, il linguaggio scritto. La desaussuriana langue altro non è che un’esangue grammatica o un inerte vocabolario e cioè una convenzione che virtualmente sottoscriviamo ogni volta che subiamo il processo di acculturazione e tutte le innovazioni che il grande autore apporta non è che una goccia in un mare magnum. È la parole che si attua, vive, opera.
I versi non ci «chiedono di essere percorsi», sono le creature in carne e ossa, creature sofferenti e pensanti che fanno esplodere il loro mondo nella struttura, nella musica  nel ritmo del verso: è l’uomo che crea, non la struttura (Giuliano Ladolfi).

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Sergio Arneodo

BIBLIO / SERGIO ARNEODO

Posted: 09 Apr 2009 01:14 AM PDT

Sergio Arneodo, Rosari de Passioun, Mondovì, Coumboscuro Centre Provençal 2000
Un amico che lavora all’Asl n. 11 mi manda in regalo un libro di poesie scritte in lingua occitanica, la lingua degli antichi trovieri, la lingua in cui si formò la poesia lirica amorosa. Nel passato declassata al rango di strumento di comunicazione orale, in clima di cultura “glocal”, come sta avvenendo per il catalano, da più parti si cerca di conferire un nuovo impulso per impedirne una morte inesorabile. Una simile operazione era stata tentata a cavallo tra Ottocento e Novecento da Federico Mistral. Giovanni Tesio oggi è in prima fila per rivalutare il dialetto e non è un caso che egli abbia scritto la prefazione della pubblicazione di Sergio Arneodo, il quale si cimenta anche in francese. I testi sono corredati da indicazioni di lettura. Peccato che la grafia rimanga ancorata alla tradizione. Dopo un paio di secoli di linguistica si richiede il coraggio di riformare la scrittura del dialetto abolendo ogni residuo di francese e di fiorentino e adottare le indicazioni che gli studi glottologici offrono secondo un unico principio: ad un ogni suono deve corrispondere uno e un solo segno (Giuliano Ladolfi).

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Gianluca d’Andrea su “Poesia” con “Canzoniere I”

la costruzione del verso & altre cose

GIANLUCA D’ANDREA SU “POESIA” CON “CANZONIERE I”

Posted: 09 Apr 2009 09:29 AM PDT

Gianluca D’Andrea è nato a Messina nel 1976. Si è laureato
in Lettere moderne con una tesi su Magrelli (e ben vengano queste tesi) e insegna nelle scuole medie della sua…

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Tags: poesia, appuntamenti, critica letteraria

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